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EDITORIALE

Dal Vertice danese il countdown salva-clima.

Il Direttore Simonetta Badini

In questi giorni stiamo assistendo al fenomeno epocale piů riguardevole in ambito ambientale: il Pianeta sembra avere assimilato e introspettato con cosciente convinzione l’importanza di un agire globale per salvare il futuro della Terra.

Il vertice di Copenhagen rappresenta la “summa apicale” di tali convincimenti, ove ogni Stato si vede impegnato ad attuare progetti per fermare “la febbre del Pianeta”. Cop 15 diviene cosě l’emblema di una “Actio Magistralis” dalla quale, oltre alle concrete e significative prospettive per gli impegni di riduzione dei gas serra, dovrŕ sortire il senso di uno spirito emulativo diffuso, al fine di articolare processi irreversibili di partecipazione e di intervento pro ambiente, non piů elemento disgiunto dal divenire evolutivo dell’uomo, ma aspetto duale della sua stessa “Essenza”.

L’appuntamento danese diviene allora incontro storico per trovare condivisione e intese integrative e interattive, dove ogni attore possa essere protagonista, ogni voce, anche la meno risonante, possa lasciare e lanciare una eco tonante per imprimere, con la sua presenza, un risoluto senso di responsabilitŕ e di voluta cooperazione.

“Il pianeta č malato. La lotta al riscaldamento globale sia una partenza, non un alibi”, osserva il professor Franco Prodi in una intervista rilasciata di recente a “Il Messaggero”. Secondo l’autorevole pensiero dello scienziato il vertice di Copenhagen, che prevede la riduzione del 50 per cento delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050, č “uno degli aspetti del problema del riscaldamento globale, ma non certo l’unico. Il problema deve essere compreso in tutta la sua complessitŕ”.

Le decisioni vincolanti, che stiamo attendendo con apprensione e che orienteranno l’agenda della difesa ambientale nei prossimi decenni, dovranno costituire un forte impulso e un ottimo punto di partenza per alleviare il problema, ma non saranno l’unico elemento sul quale scommettere per salvare il futuro dell’ambiente.

Dovranno originare nuovi modi di vivere, nuovi approcci e sensi di intendere il progresso, i consumi, lo sviluppo. Serve una nuova visione di progresso che non inneggi prioritariamente all’uso smisurato delle risorse e non inciti alla fagocitazione irresponsabile di esse, ma che ritrovi una nuova dimensione di “civiltŕ” e di moderazione. Serve una re-immaginazione del domani, fuori dalle barbarie, fuori dallo “stato di natura” hobbesiano, dominato dal “bellum omnium contra omnes”, da valicare con l’affermazione del buon senso e con la ri-nascita di un vivere virtuoso, rispettoso delle alteritŕ che compongono “l’Unicum Vivente”: il nostro Pianeta.

Le effervescenze mondiali, le bozze stilate da ogni parte per sollecitare e indirizzare il Summit danese sono esempio di una sentita e condivisa presa di coscienza rispetto all’esigenza di tempestivitŕ delle azioni per il cambiamento.

č l’urgenza di un allarme diffuso, volto a generare un “Documento” che dovrŕ impegnare soprattutto i maggiori responsabili delle produzioni di CO2 negli scenari globali, ma che vedrŕ altresě coinvolti i paesi poveri, parte attiva nel negoziato, poiché il problema ambientale č inscindibile dal dramma della povertŕ.

E allora serve, come ribadisce il premier indiano Manmohan Singh, nell’ambito di un Vertice dei paesi del Commonwealth, che siano in gioco tutti gli elementi interdipendenti quali la riduzione del fenomeno nocivo, l’adattamento delle politiche, il finanziamento e la tecnologia. Serve un accordo globale, non parziale, che preveda un forte sostegno degli stati piů ricchi per i Paesi in via di sviluppo, affinché si realizzino rapidi tagli delle emissioni dannose.

Scienziati e climatologi internazionali sono impegnati in dibattiti sempre piů accesi sulle cause dei cambiamenti climatici. La piů parte sostiene che le alterazioni discendano da cause antropiche, ovvero che la mano dell’uomo abbia inciso pesantemente sulle condizioni degeneranti degli assetti climatici attuali e che siano necessarie attuazioni di misure impellenti per arginare il surriscaldamento; altra visione ritiene che negli effetti manifestatisi l’uomo abbia una incidenza irrilevante e che siano del tutto infondate e a nulla servano le mobilitazioni in essere.

C’č addirittura chi considera il riscaldamento del Pianeta quale processo ormai impossibile da arrestare. č il caso del famoso biofisico inglese James Lovelock, padre della teoria di Gaia, secondo il quale sembra essere troppo tardi per fermare la degenerazione in atto.

Questa č sicuramente una tesi da scongiurare! Siamo pienamente coscienti che l’azione umana abbia avuto una responsabilitŕ rilevante sulle condizioni alterate del clima, ma che proprio da essa possa nascere il rimedio: č l’uomo che puň fare e dare molto per attenuare tali disagi e non puň differire ad altro tempo la sua azione. Serve muoversi “ora o mai piů”, come invoca la Fisica, fondatrice e direttrice della Research Foundation for Science, Vandana Shiva che, in un’intervista rilasciata al quotidiano Terra, sottolinea: “Io non sono contro il progresso, la scienza, la ricerca. La conoscenza ci rende liberi e ci permette di evolvere.

Il problema č nell’uso che se ne fa. Oggi i potenti del mondo, attraverso la espropriazione e la mercificazione del sapere, escludono ed emarginano due terzi della popolazione mondiale... minacciando la conoscenza stessa, bloccando le possibilitŕ di accrescimento tramite lo scambio, le interazioni, la visione degli effetti delle nostre scelte sulle generazioni future”.

Questa prevaricazione e uso discriminante della ricchezza devono, allora, lasciare spazio alla condivisione, al “trasversalismo positivo”, al fare condiviso e inclusivo.

Gli egoismi di minoranze élitiste ed elitarie devono ampliare il raggio dei loro sguardi con un atteggiamento di rinuncia all’individualismo e di apertura ad un richiamo globale di speranza.

L’accordo di Copenhagen deve ergersi a “Carta fondamentale dei diritti del Pianeta”, documento da concepire con il coinvolgimento di tutte le istanze, da osservare con rigore e con ineludibile senso di corresponsabilitŕ e da cui far discendere inevitabili interazioni fra le genti di un villaggio globale.

č tempo di abbattere i muri che si interpongono tra noi e il futuro per ritrovare l’equilibrio e la pace tra i popoli e, come auspica il presidente americano Barack Obama, “dobbiamo riconoscere che nel XXI secolo non ci potrŕ essere pace nel mondo se non ci assumeremo la responsabilitŕ di preservare il nostro Pianeta”.

Il pericolo costituito dal cambiamento del clima č innegabile e la nostra responsabilitŕ a farvi fronte č imperativo categorico.

Inconfutabile e inderogabile, dunque, l’impegno da assumere a Copenhagen, confronto di legittimazione e di ratifica degli intenti che, convergendo in un Atto globale, dovranno guidare il mondo verso una nuova era.


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