Quando la natura si ribella... e l'uomo è costretto a guardare.
a cura di Elisabetta Guidobaldi (giornalista ANSA)
Eravamo rimasti al terremoto di Haiti. Ma la natura non si è voluta fermare. Ha alzato al voce ancora di più ingaggiando una lotta contro il progresso spinto che pensa solo a se stesso e non guarda in faccia il mondo. L’uomo è stato costretto a fermarsi dinanzi prima alla nube provocata sui cieli d’Europa dal vulcano islandese Eyjafjallajokull, poi davanti alla marea nera che ha invaso inarrestabile il mare del Golfo del Messico, davanti alla Louisiana per colpa, questa volta, dell’affondamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon.
E intanto il tempo corre veloce facendo apparire in tutta la sua crudezza un altro fallimento umano, quello sulla tutela delle specie, ovvero la Biodiversità, il tema dell’anno scelto dall’Onu, sommerso ora da catastrofi che hanno il gusto della ribellione di un Pianeta frastornato dagli innumerevoli attacchi su tutti i fronti. Biodiversità la cui perdita il mondo non è riuscito a fermare e per la quale l’Italia ha ora la sua Strategia nazionale dove tra i punti chiave trovano posto anche capitoli finora mai considerati come la salute e il turismo visto quanto al mondo della medicina dona la natura con i suoi principi attivi e quanto fa bene al turismo avere un ambiente al riparo da barbarie. Ma per adesso la natura fa il suo corso e non si occupa di quello che gli uomini vogliono a tutti i costi. E li lascia a piedi.
Aprile è stato un mese emblematico per ripensare la vita. Improvvisamente un vulcano lontano nel nord Europa si è svegliato gettando nel vero senso della parola “cenere” negli ingranaggi della tecnologia fermando la corsa contro il tempo di noi umani. Un tempo scadenzato da orari precisi di partenze e arrivi, vuoi per turismo, vuoi per affari, vuoi per motivi familiari, vuoi per tappe e spostamenti. Il mondo con le migliaia di rotte aeree è diventato sempre più piccolo ma nel giro di un’eruzione si è di nuovo dilatato ributtando indietro di anni quei frettolosi mangiatori di spazio costretti a riscoprire treni, traghetti, attese. L’economia aerea europea ha perso in dieci giorni 2,5 miliardi di euro, quella del turismo un miliardo di euro. Basta quindi uno starnuto di un vulcano per mandare nel panico il progresso? Sembrerebbe di sì perché l’uomo ha voluto tutto, e ci è riuscito, ma non ha pensato in questa corsa accelerata di scalata tecnologica che un semplice vulcano sotto un ghiacciaio potesse da solo mandare in tilt il sistema Europa. E il non aver progettato un piano B rispettoso della natura ma anche di questo progresso e dell’economia ad esso legato dimostra che nei piani dei Governi ormai non si può più perdere tempo e nei conti bisogna aggiungere una nuova voce: Ambiente. Mi viene in mente la frase che ho raccolto in una delle mie interviste per l’Agenzia Ansa.
In questo caso era un commento sulla marea nera che ha sbaragliato il mare del Golfo del Messico, a fine aprile. Il signore è un beniamino italiano, l’indimenticabile Enzo Maiorca, campione di apnea e forse ora soprattutto un “filosofo” del mare che in poche ma centrate parole ha fornito il quadro della nostra realtà. “L’uomo è diventato talmente potente – ha detto Maiorca - da dimenticare di essere intelligente e non si vuole ricordare che il mare barriere non ne conosce”. Così come l’aria, così come la natura. E se non ha barriere, ciò che succede sulle coste statunitensi non potrà non avere conseguenze da noi e come la nube si sprigiona nell’estremo nord europeo ciò che viene dopo non si potrà non riversare alle nostre latitudini dove infatti migliaia di passeggeri hanno dovuto pernottare negli aeroporti chiusi per “cenere”. Per non dimenticare, in questa cronaca sempre più nera, il disastro sfiorato sul fiume Lambro che ha gettato nel panico l’intero bacino del Po. Anche lì il petrolio ma, dietro, ancora una volta la “mano armata dell’uomo”. Ecco quindi le tappe di una lotta progresso-natura dove la seconda per ora sta avendo la meglio.
Il vulcano e i cieli d’Europa
Il 14 aprile eruzione sotto il ghiacciaio Eyjafjallajokull nel sud dell’Islanda. Viene chiuso lo spazio aereo prima nel nord Europa poi via via sempre più giù fino al nord Italia. Un effetto sulle compagnie aeree peggiore di quello dell’11 settembre: 200 milioni di dollari al giorno di danni alle compagnie aeree 17.000 voli cancellati in Europa ma alla fine i danni arrivano fino a 2,5 miliardi di euro in Europa per i voli e di un miliardo di euro per il turismo. La nube accomuna tutti, anche i “grandi” sono costretti a fermarsi o fare delle tappe inusuali per poter raggiungere i loro impegni di Governo. Ci si trova di fronte a un’era antica quando per viaggiare bisognava prendere traghetti autobus, treni. Alcune persone dalla Francia ci mettono due giorni per arrivare in Italia. E nessuno però si accorge che potrebbe essere bello anche, nel disagio estremo recuperare un po’ di sano ralenty nella propria vita. Tutti sembrano invece disperati. Il conto economico è comunque enorme. Forse, dicono, si è esagerato ma la precauzione non è forse mai troppa in questi casi.
La corsa al petrolio e la marea nera
Il 20 aprile alle 22 ora locale, il pomeriggio in Italia, esplode la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon di proprietà della società svizzera Transocean, lavorava per conto della Bp a circa 80 chilometri al largo delle coste della Lousiana. Undici i dispersi. Il 23 aprile ancora non si conosce l’entità del disastro e si continua a parlare di sventata tragedia ambientale. Ma le rassicurazioni durano appena due giorni e il 25 aprile per la prima volta le agenzie battono le parole “macchia nera” in fase di allargamento. Il 27 aprile la macchia diventa “marea nera” e parte la corsa contro il tempo. Il 29 aprile la perdita e’ quintuplicata. Cinque gli Stati sconvolti. Il 2 maggio il presidente americano, Barack Obama, arriva a Venice, il centro sulla costa statunitense dove si concentra la paura. Il rischio è una seconda Katrina che annientò New Orleans. Questa volta la minaccia è per il delicatissimo Delta del Mississippi, unico al mondo per la biodiversità e gli equilibri delicati. Ma un intero comparto è in ginocchio: la pesca si ferma. Il fiorente mercato dei gamberi della Louisiana esportati in tutto il mondo deve chiudere per marea nera. Il petrolio è inarrestabile. Sgorga a 1.500 metri sotto il mare e quello che si vede in superficie è solo la punta dell’iceberg. Intanto 23 tartarughe marine vengono trovate morte, anche se non si riesce a stabilire causa effetto con la marea nera mentre è sempre più allarmante il rischio intossicazione di delfini costieri (5.000) che vivono stabilmente nella zona e di altre 31 specie di mammiferi di quell’area. Le piume degli uccelli coperti dalla coltre di petrolio perdono l’idrorepellenza mentre con il becco tentano di pulirsi e ingeriscono catrame che si conficca nei loro organi interni. E questi sono solo i danni evidenti a breve termine. Quelli a lungo termine sono cancro, deformazioni genetiche nelle specie di animali, sterilità e prole modificata. Anche gli ambientalisti italiani hanno paura del petrolio. Questa volta per le nostra coste. In Italia il mare pugliese è sempre più nelle mire delle compagnie petrolifere, e così il tratto dinanzi al Gargano, non lontano dalla riserva marina delle isole Tremiti, quindi a largo di Monopoli, uno dei più bei tratti della costa pugliese, e, da ultimo, il Golfo di Taranto. Subito i ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente sono scesi in campo l’uno controllando con un monitoraggio ad hoc i tre pozzi già esistenti e fermando qualsiasi nuovo permesso di prospezione, l’altro non firmando decreti per nuove indagini per trovare petrolio sui nostri fondali. Ma il nostro mare è già sotto la minaccia petrolio. Pur il Mediterraneo rappresentando una piccolissima fetta di mare mondiale ospita il 30°% del traffico di petroliere e sulla sua superficie registra scie nere di catrame.