Basta attentati all’ambiente. Un pianeta ripulito è salute per l’economia.
a cura di Elisabetta Guidobaldi (giornalista ANSA)
La marea nera come l’11 settembre: così ha tuonato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Un disastro, quello del Golfo del Messico, che evoca il drammatico attacco alle Torri Gemelle. Quindi, anche il petrolio che ha imbrattato le acque davanti alla Louisiana arrivando fin sulle coste e depositandosi sui fondali (dove tra l’altro non si sa quali effetti potrà avere) è, oggi, a tutti gli effetti un attentato che costerà, per ora, alla Bp 20 miliardi di dollari per il fondo a favore delle vittime della marea nera, 5 miliardi l’anno per quattro anni.
Dal quel 20 aprile 2010, quando la piattaforma Deepwater Horizon esplose e poi affondò, l’eco-tragedia è rimasta al centro dell’attenzione mondiale che, nel frattempo, ha registrato altri gravi fatti come la voragine in Guatemala, effetto della terribile tempesta Agatha, dei primi di giugno, tempesta che ha fatto 300 morti, e la crisi economica della Grecia.
Una faccia della civiltà dove l’uomo paga il prezzo delle sue scelte. Perché dall’altra parte esiste un Pianeta che, se sano, salva le tasche e crea lavoro. In Italia un giovane su tre sogna un green job, un lavoro ‘verde’ nel settore delle rinnovabili, l’eco-turismo tiene rispetto al resto del settore viaggi, mentre a livello planetario è stato calcolato che gli ecosistemi in salute o ripristinati nella loro funzione vitale valgono dai 21 mila miliardi di dollari ai 72 mila miliardi di dollari, una cifra paragonabile al Pil mondiale del 2008, che ha toccato 58 mila miliardi di dollari.
E potrebbero essere proprio le attività legate al territorio a far riemergere dal dramma economico un Paese come la Grecia, per la quale gli italiani hanno confermato il loro interesse anche per questa estate.
Insomma l’eco-bilancio è essenziale per poter indirizzare le politiche economiche. E lo dicono da tanto gli esperti del settore. I numeri sono dalla loro parte. Meglio costruire bene e non trovarsi a rischiare la vita sotto gli effetti degli squilibri di un territorio come in Guatemala dove si è creata una voragine profonda 60 metri e con un diametro di 20 metri. Meglio cercare energie alternative che non devastare un intero mare con tutte le conseguenze che ne derivano per la vita acquatica e terrestre. Meglio curare le proprie bellezze paesaggistiche anziché annientare quella risorsa che può solo che rendere se mantenuta intatta. Questo dicono i rapporti e i dossier che sempre più numerosi vengono pubblicati. Secondo il programma ambientale delle Nazioni Unite, il ripristino di ecosistemi come foreste, aree umide e mangrovie, può innescare profitti da diversi milioni di dollari, generare occupazione e combattere la povertà. Mantenere e gestire gli ecosistemi deve quindi essere una p riorità chiave per il futuro del Pianeta. Fino a 72mila miliardi di dollari il valore dei servizi derivanti da questi ecosistemi in termini di acqua, sequestro di carbonio nell’aria o di fornitura di ingredienti per farmaci. Recuperare gli ecosistemi genera occupazione, in un mondo dove 1,3 miliardi di persone sono disoccupate o sottoccupate. Secondo alcune stime, la perdita dei servizi forniti dalla natura potrebbe anche avere un impatto su un quarto della produzione alimentare entro il 2050, aumentando così il rischio fame nel mondo. Le aree umide, la metà delle quali nel corso dell’ultimo secolo sono state prosciugate, forniscono servizi che valgono 7mila miliardi l’anno. Prendendo come riferimento l’India, le mangrovie svolgono una funzione di barriera contro gli uragani, riducendo in particolare l’impatto sulle abitazioni. Il danno va da 153 dollari per casa laddove le mangrovie non ci sono, ad una media di 33 dollari nelle aree dove queste piante sono intatte.
Quindi l’eco-turismo.
Il turismo ecologico, secondo una elaborazione della Col diretti su dati Ecotur, ha raggiunto in Italia il valore di oltre 10 miliardi con un progressivo aumento del fatturato e delle presenze, che sfiorano 100 milioni all’anno negli esercizi ufficiali delle aree protette. Tra gli amanti della vacanza a contatto con la natura, i giovani tra i 16 ed i 30 anni (23,2%) mentre tra le tipologie dei frequentatori prevalgono le famiglie per il 22,7%, le gite scolastiche per il 20%, le coppie per il 19,9% e, infine, i single per il 10,3%.
Una domanda verso la quale le aziende si stanno attrezzando: sono già 363 le imprese aderenti a Legambiente Turismo per il 2010, tra alberghi, campeggi, agriturismo, ristoranti e altro (con circa 60.000 posti letto) in 16 regioni italiane.
A questo si affianca la voglia di lavoro ‘verde’. Il green job attira sempre di più. Da una recente indagine condotta dall’Agenzia per il Lavoro Umana, il 37% dei candidati under30 vorrebbe trovare un lavoro nel settore delle energie rinnovabili e, da parte delle aziende le figure più richieste sono ingegneri, tecnici, progettisti, personale addetto alle pratiche amministrative e burocratiche, installatori, manutentori.
Un’industria redditizia, quella delle fonti ‘pulite’ di energia, che secondo lo studio di Greenpeace e dell’Erec (European Renewable Energy Council) intitolato Energy [R]evolution, può creare otto milioni e mezzo di posti di lavoro entro il 2030, se i governi colgono l’opportunità di investire in un futuro pù verde.