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ECO-OPINIONS

Green Economy, opportunità per battere la crisi

a cura di Ermete Realacci Presidente Fondazione Symbola

In cinese la parola crisi è composta di due ideogrammi: uno per il pericolo, uno per l’opportunità. Vale per la grave crisi economica, vale per le crisi ambientali. Dobbiamo difendere la società dagli effetti della crisi economica, impedire che si strappi, che qualcuno rimanga indietro. Garantire sostegno ai lavoratori che perdono il posto, alle piccole imprese nell’accesso al credito, alle famiglie a reddito più basso. Per quanto riguarda l’ambiente dobbiamo combattere i pericoli globali e locali. Contrastare il mutamento climatico e le varie forme di inquinamento che aggrediscono la nostra salute e l’ambiente, l’illegalità e le ecomafie che avvelenano interi territori e anche l’economia.

Combattere scelte che rendono più fragile il nostro territorio, aggravando il prezzo che paghiamo in vite umane alle catastrofi naturali.

Ma oggi ambiente significa anche la sfida della green economy. Un’economia diversa che punta su innovazione, ricerca, conoscenza. Una prospettiva può rappresentare per la nostra economia del XXI secolo quello che l’elettrificazione, l’automobile, le telecomunicazioni prima e la rivoluzione informatica poi sono stati per il Novecento. Si tratta, insomma di una straordinaria occasione per modernizzare e rendere più competitiva la nostra economia che ha il suo punto di forza in un sistema produttivo fatto prevalentemente da piccole e medie imprese fortemente legate al territorio, capace di misurarsi con le diverse declinazioni e applicazioni della green economy e di diffonderle velocemente e capillarmente. E’ una sfida trasversale che comprende moltissimi settori e coinvolge decine di migliaia di imprese. Nella ricerca, oltre ai fondamentali settori verdi come quello delle rinnovabili, del riciclo dei rifiuti o dell’efficienza energetica, vengono perciò esaminati alcuni comparti del made in Italy tradizionale che si sono riposizionati sul mercato anche puntando sull’eco-compatibilità. Fra i più vitali troviamo la meccanica dove molte piccole e medie imprese stanno muovendosi verso le energie rinnovabili - dalla progettazione degli impianti alla produzione. Della nautica dove l’attività di ricerca e sviluppo migliorando caratteristiche degli scafi e dei materiali utilizzati, compresi quelli riciclati, fino alle motorizzazioni e ai combustibili impiegati. Oppure il settore della ceramica che per uscire dalla crisi è stato fra i primi a sperimentare la via “verde”. Riciclaggio di materiali per realizzare nuove piastrelle, “sanificazione” quelle tecnologie, cioè che fanno acquisire alle ceramiche proprietà depuranti ed energie rinnovabili, ovvero quando le piastrelle diventano fotovoltaiche, i fronti su cui settore si sta riconvertendo. O ancora, nel conciario dove il nuovo modo di lavorare la pelle e nel segno del ritorno al naturale e del bando i prodotti chimici e gli additivi: pelli lavorate secondo gli antichi metodi della conceria vegetale che vengono utilizzate spesso dai grandi marchi per realizzare prodotti ecocompatibili. Oppure nel settore dei rubinetti, dove gli italiani, assieme ai tedeschi, sono gli unici al mondo ad avere le tecnologie per la produzione di rubinetti e valvole in ottone puro, che rispetta gli standard internazionali. Questa innovazione made in Italy è stata adottata in California, dove il governo ha approvato una nuova direttiva, il Californian Lead Regulation, che limita allo 0,25 la percentuale di piombo che deve essere contenuta da prodotti destinati al contatto con acqua per il consumo umano. O nel vino dove, dopo la crisi del metanolo degli anni ‘80, si è scommesso sulla qualità legata al territorio: oggi produciamo il 40% in meno ma le esportazioni valgono cinque volte di più e l’intera filiera di lavoro impiega un milione e duecentomila persone. Una fotografia che dimostra come la green economy in salsa italiana, insomma, incrocia la propensione alla qualità tipica di molte produzioni del nostro paese e la riconversione in chiave ecosostenibile di comparti tradizionali legati al manifatturiero. Mi piace pensare che questa sfida in Italia ha radici antiche come quelle dei vitigni autoctoni che già oggi contribuiscono a produrre tanti nostri grandi vini. E’ da qui che dobbiamo ripartire per attivare le migliori energie del Paese.


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