Chimica sostenibile al servizio del pianeta.
di Catia Bastioli Amministratore Delegato di Novamont
a scarsità di risorse energetiche, i mutamenti climatici, i problemi dell’agricoltura sono tutti fenomeni imputabili in grandissima parte agli effetti di un modello di vita di tipo dissipativo che spinge tutti noi a bruciare in tempi sempre più brevi e in quantità crescente le risorse del pianeta guardando ai propri profitti a breve termine, disinteressandosi per lo più degli effetti catastrofici su scala globale che stiamo producendo. I rischi di questo modello sono enormi e l’allarme sul conflitto tra biocarburanti e risorse agricole alimentari è solo un esempio.
Non c’è dubbio alcuno, quindi, che la sfida prioritaria del nostro millennio per l’innovazione sia nella ricerca di modelli di sviluppo in grado di conservare le risorse del pianeta preservando ed aumentando la qualità della vita dei suoi abitanti.
Si tratta di favorire la transizione da un’economia di prodotto ad una economia di sistema, un salto culturale verso una sostenibilità economica ed ambientale che deve interessare l’intera società e partire dalla valorizzazione del territorio e dalla collaborazione dei diversi interlocutori.
La chimica è stata sempre una passione, sin dai tempi della scuola primaria, quando presi per la prima volta in mano un libro ed iniziai a fare i primi esperimenti supportata da una straordinaria insegnante che aveva intuito la mia grande passione.
Dopo essere stata ricercatrice presso l’Istituto Guido Donegani, al tempo centro di Ricerca Corporate di Montedison, sono diventata Amministratore Delegato di Novamont, un’azienda italiana che si occupa di innovazione di materiali, dedicando più del 10% delle proprie risorse alla ricerca. Il suo approccio parte dalle risorse agricole, minimizzando i consumi energetici, in una logica di filiera, cercando soluzioni ambientalmente ed economicamente sostenibili con l’aiuto di partner che condividano l’adozione di standard di qualità ambientali e sociali sempre più stringenti. Nel 2007 abbiamo ricevuto il premio “Inventore Europeo dell’Anno” dalla Commissione UE e dall’Ufficio Europeo dei Brevetti per una serie di brevetti depositati negli anni 1992-2001, che hanno consentito la realizzazione delle prime bioplastiche da fonti rinnovabili di origine agricola stabilmente entrate nel mercato. Principale prodotto sviluppato da Novamont è il Mater-Bi, una famiglia di bioplastiche completamente biodegradabile e compostabile, contenente risorse rinnovabili di origine agricola. Anche se con grande fatica stiamo quindi cercando di costruire un ambiente in cui la formazione abbia un ruolo importante ed in cui il rispetto per le persone e per le loro necessità sia un punto chiave. Abbiamo molti progetti di collaborazione per la sperimentazione di nuove tecnologie con istituzioni locali e internazionali. La sfida più importante per Novamont è quella di creare un nuovo modello di impresa che non vuole giocare sulla rapacità a basso costo ma su un ruolo sociale molto più faticoso ma di lungo respiro. Mettere quindi al centro l’innovazione e, di conseguenza, lo sviluppo culturale e la formazione degli uomini e delle donne, con la possibilità per l’azienda di diventare punto di aggregazione e di promozione favorendo una partnership dinamica tra realtà industriali, istituzionali, etiche e culturali. Contribuire a definire modelli di sviluppo e standard di qualità sempre più elevati a protezione del consumatore e per uno sviluppo realmente sostenibile dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Un progetto che leghi l’azienda al territorio e crei le basi forti per proiettarla sugli scenari internazionali.
Quando la passione diventa professione.
di Irene Sollo ingegnere chimico, project manager Enel Green Power
Sono un ingegnere chimico (vecchio ordinamento) di 28 anni, mi sono laureata a Napoli, nella mia città; ho scelto questo percorso di studi per la mia innata passione per l’ambiente, visto che la laurea in ingegneria chimica dà buone possibilità lavorative anche nei settori emergenti come quello dei cosiddetti green jobs; poter lavorare nel settore delle rinnovabili è quindi per me una grande opportunità.
La mia esperienza in Enel è cominciata 3 anni e mezzo fa; in azienda mi sono da subito occupata di energie rinnovabili e principalmente di geotermia, dapprima seguendo l’esercizio delle centrali e poi occupandomi della costruzione di nuovi impianti. Adesso sono project manager e lavoro a Larderello, che vanta una potenza installata netta geotermica di oltre 700 MW, ponendo la Toscana al primo posto in Europa. Le 32 centrali geotermiche, con una produzione di oltre 5 miliardi di kWh, coprono un quarto dei consumi energetici regionali, e soddisfano il fabbisogno di elettricità di 2 milioni di famiglie, consentendo un risparmio di 1,1 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Inoltre forniscono calore per riscaldare più di 8.700 utenze domestiche e commerciali e circa 25 ettari di serre.
Per amore del mio lavoro ho quindi dovuto trasferirmi, come quasi tutti i giovani oggigiorno, ma d’altronde le professioni tecniche richiedono fin dall’inizio grande passione negli studi e dedizione. Nel settore energetico la presenza femminile in ambiente tecnico ed operativo è ancora troppo poca, anche se la geotermia rappresenta un’eccezione in quanto ci sono donne a cominciare dalle maestranze. Come ha però detto Francesco Starace, il Presidente della mia Società, Enel Green Power – interamente dedicata allo sviluppo e gestione delle fonti rinnovabili, tra i leader mondiali di settore - ci sono tutte le condizioni perché le donne arrivino anche a lavorare sugli impianti, mentre nella logistica, nella finanza, nell’amministrazione rappresentano il 50% degli occupati.
La mia esperienza lavorativa è assolutamente positiva e i miei colleghi di sesso maschile si abituano velocemente e con un certo entusiasmo alla presenza femminile. Anzi, sempre più spesso apprezzano il nostro punto di vista che, anche in questioni tecniche, riesce a sottolineare aspetti normalmente trascurati.