Riflessioni sull’Accordo.
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L’accordo di Copenhagen del 18 dicembre 2009 rappresenta sicuramente una delusione per quanti avevano posto grandi aspettative nella COP15, la quindicesima sessione della Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici.
I 13 giorni di negoziati intensi, le centinaia di conferenze, discorsi ufficiali e conferenze stampa, le tante mostre e le numerose manifestazioni sono stati un momento indubbiamente importante per la storia delle politiche sui cambiamenti climatici.
Il materiale prodotto dalla COP15 è imponente, sia per le decisioni ufficiali (www.unfcc.int), che per gli atti delle conferenze (ad esempio qui e qui sia per i tantissimi video in cui si possono rivedere molti passaggi fondamentali della COP.
Non è facile a pochi giorni di distanza valutare tutte le implicazioni della COP15. Non essendo una questione scientifica, ma prettamente politica, le valutazioni sono diverse, e la scontentezza e la delusione sono giustamente nettamente prevalenti.
Uno dei risultati che oggi sembra più importante, l’accordo di Copenhagen, pur essendo di sole 3 pagine, è frutto di una trattativa frenetica in una situazione complessa, e per questo richiederà tempo per essere valutato.
Nel frattempo è il caso di indicare i principali motivi di delusione, ma anche alcuni risultati per cui la Conferenza di Copenhagen non deve essere archiviata come un disastro.
5 motivi di delusione
- Fra i risultati della COP15 non c’è un nuovo accordo legale vincolante di riduzione dei gas serra. Vista la gravità della situazione è questo il maggior motivo di delusione. Già prima dell’inizio della COP15 si era capito che le speranze di un accordo vincolante erano poche, per via del ritardo nella predisposizione di un testo base, ma questo non toglie che si è mancato l’obiettivo definito nella “road map” di Bali.
- Il processo di negoziazione ha mostrato gravi lacune, solo in parte riconducibili alla complessità dell’accordo. Molti nodi negoziali sono rimasti aperti, e dovranno essere ancora discussi e decisi nei prossimi mesi.
- L’accordo di Copenhagen è estraneo al processo dell’UNFCCC, e pone precedenti preoccupanti: il modo in cui è nato potrebbe sminuire il ruolo dell’ONU a favore delle principali superpotenze economiche o emettitrici.
- L’accordo di Copenhagen, oltre a non essere vincolante, non entra nel merito di molti punti critici. Indicare un obiettivo di riduzione delle emissioni (come dovrà essere fatto dai vari paesi entro il gennaio 2010) è poca cosa se non si indica ad esempio come e quanto si controlla, come si conteggiano le emissioni da LULUCF o quanto gli obiettivi possono essere raggiunti tramite meccanismi flessibili.
- Al di la della bellezza della città, dell’ospitalità della sua gente, e delle molte splendide iniziative organizzate dai danesi, la gestione delle negoziazioni e di molti aspetti organizzativi ha avuto gravi carenze. Ad esempio molte persone hanno atteso 10 ore in coda al freddo prima di sentirsi dire di tornare a casa (e dover poi rifare code di altre 8 ore). Inoltre, la polizia ha avuto comportamenti sproporzionati e ingiustificati. Molte persone sono state fermate e identificate, a volte costringendoli a rimanere a terra (immaginate il freddo) per un ora, solo per il fatto di essere presenti ad una manifestazione. Alcuni arresti sembrano, dalle notizie disponibili, del tutto ingiustificati. In sintesi, la polizia danese ha messo spesso da parte i diritti e la democrazia nei giorni della COP15.
5 motivi di soddisfazione
- La rilevanza del problema climatico è ormai data per acquisita. Il testo dell’Accordo inizia sottolineando che “i cambiamenti climatici sono una delle più grandi sfide del nostro tempo”; altri passaggi esprimono chiaramente un senso di urgenza, la necessità di agire, che a Copenhagen era diffusissima e si è sentita chiaramente nelle parole di tutti gli intervenuti. Qualcosa è cambiato, fino a pochi anni or sono i toni sentiti in questi discorsi erano quelli degli ambientalisti.
- L’accordo introduce per la prima volta formalmente la necessità di evitare il superamento dell’aumento di 2 gradi delle temperature del pianeta. Pur se l’obiettivo non è chiaro, è la prima volta che fra gli obiettivi delle politiche climatiche internazionali viene citato questo obiettivo. Inoltre, alla fine del documento si cita, in modo poco organico (sembra quasi da aggiunta dell’ultimo minuto), la necessità di valutare se non sia più conveniente un limite ancora inferiore (1,5°C).
- Come ha fatto notare il segretario UNFCCC Ivo de Boer nella conferenza stampa finale, anche se l’accordo è nato al di fuori delle negoziazioni UNFCCC, non è da poco che i capi dei più grandi paesi del mondo si siano trovati in una stanza per decidere le politiche climatiche, assieme ai paesi in via di sviluppo, anche a quelli piccoli.
- L’accordo richiama esplicitamente l’articolo 2 della convenzione UNFCCC (evitare l’interferenza antropogenica pericolosa con il clima), nonché i criteri delle “responsabilità comuni ma differenziate” e delle “rispettive capacità”. La parola equità compare diverse volte; sarà difficile non tenerne conto in futuro.
- Viene riconosciuta la necessità di aiuto ai paesi più poveri, e in particolare ai paesi africani, riconoscendo la necessità di aiutarli sia per far fronte agli impatti attesi per il futuro che per implementare le prime azioni di mitigazione. Le cifre già previste sono la metà di quanto richiesto, ma sono molto più di quanto fino ad ora era stato deciso.
Si segnalano due interessanti resoconti della COP15 a cura del Focal Point IPCC-Italia e dell’IISD
Considerazioni tratte dal testo del Prof. Stefano Caserini - www.climalteranti.it
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Impegni volontari e su base nazionale, senza verifica né scadenze. Il vertice si chiude con un accordo che delude le speranze del mondo. I cambiamenti climatici però non si fermano. E nemmeno il processo per un trattato vincolante
La più importante, partecipata, disorganizzata conferenza delle Nazioni Unite non è riuscita a dare al Mondo la risposta che si aspettava per fermare i cambiamenti climatici. Dopo due settimane di discussione con l'intervento di 120 tra Capi di Stato e di Governo, la distanza tra le posizioni dei diversi Paesi si è rivelata alla fine incolmabile sui punti più delicati della trattativa.
E solo nelle ultime ore si è scongiurata una rottura completa delle trattative che avrebbe riportato la discussione indietro di 20 anni. L'accordo uscito dal vertice non è la risposta che serve alla crisi climatica: gli impegni di riduzione sono solo volontari e su base nazionale, ed è tutto rinviato per quanto riguarda lo stabilire metodi di controllo e verifica di tali riduzioni e le scadenze precise per la sottoscrizione di un trattato internazionale.
Eppure mai il mondo era stato così vicino a un accordo internazionale che avrebbe permesso di superare il Protocollo di Kyoto nel fissare nuovi e più ambiziosi obiettivi per tutti i Paesi e nel sostegno finanziario agli interventi di mitigazione e adattamento nei Paesi poveri sia nel breve che nel medio periodo. Tutte queste decisioni sono rinviate, si spera ai prossimi vertici di Bonn a giugno e di Città del Messico a dicembre, con la speranza di affrontare e risolvere finalmente i punti più delicati. Nel frattempo però il cambiamento climatico non si ferma, anzi obbliga a lavorare con ancora maggiore impegno per arrivare finalmente a un accordo vincolante che spinga le soluzioni capaci di dare risposte per i cittadini delle diverse parti del Pianeta.
Ma la Conferenza di Copenaghen sarà ricordata anche per altri due motivi. Il primo è il salto di scala delle questioni ambientali. Attraverso la chiave del clima sono state come mai nella storia al centro dell'agenda politica internazionale, con un dibattito che ha visto tutti i Governi presentarsi alla Conferenza con obiettivi e politiche nazionali per la riduzione delle emissioni. Fino al punto che è emerso con chiarezza che oggi si tratta di mettere in campo una nuova idea di sovranità nazionale, e anche su questo l’Europa ha qualche carta da giocare. Il secondo è la straordinaria partecipazione della società civile internazionale alla Conferenza: oltre 35mila persone che hanno raggiunto la Capitale danese, una variegata partecipazione di organizzazioni ambientaliste e sociali dalle più diverse parti del Mondo che ha promosso centinaia di appuntamenti e iniziative, e che però sono stati tenuti proprio negli ultimi e più decisivi giorni fuori dal vertice. Tanto che comunque possiamo dire che questa è davvero una grande novità che potrebbe rilanciare il movimento new global.
Dobbiamo ripartire da qui come Legambiente per guardare alla situazione italiana, per capire come far uscire il nostro Paese dall'incredibile isolamento nel modo in cui elude la questione climatica confermato anche dall'atteggiamento avuto dal Governo durante il vertice. Per farlo dovremo lavorare con ancora maggiore impegno per mostrare come questa direzione di rotta sia nell'interesse dell'Italia e dei suoi cittadini, oltre che un'occasione per muovere un cambiamento che può aiutarci a uscire dalla crisi e guardare con più ottimismo al futuro.
Da gennaio saranno moltissime le occasioni, le iniziative, gli appuntamenti che Legambiente metterà in campo per continuare a combattere i mutamenti climatici, fare pressione sulla politica, informare i cittadini, sensibilizzare imprese e istituzioni. A cominciare dalle prossime urgenti scadenze: l’approvazione delle linee guida nazionali per le rinnovabili, la definizione, Regione per Regione, delle riduzioni di CO2 come deciso dalla finanziaria del 23007, ed infine la scadenza di giugno 2010 entro la quale l’Italia, insieme agli altri Paesi europei dovrà definire il piano d’azione nazionale per rientrare negli obiettivi del 20-20-20, decisione europea che comunque rimane attiva e vincolante.
Vittorio Cogliati Dezza
Presidente nazionale
Legambiente
Edoardo Zanchini
Responsabile Energia
Legambiente